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Per un’università pubblica, libera e di massa: No ai test di autovalutazione!

9 settembre 2009
Come da copione anche quest’anno l’accesso a numerose facoltà ed a singoli corsi di aurea è limitato da un numero chiuso. La giustificazione unanime fornita da governo, industriali e rettori verte su due “virtù” proprie dello sbarramento all’ingresso: l’efficienza delle strutture universitarie e la possibilità di selezionare i più capaci e meritevoli tra gli studenti. A partire dal 1996, quando era ancora adibito all’iniziativa del singolo ateneo (a tutt’oggi costituisce competenza governativa), il numero chiuso era presentato come uno strumento capace di favorire i meno abbienti , poiché si basava sul merito e non sul reddito. Eppure statistiche ormai decennali dimostrano chiaramente come la provenienza da un’area geografica anziché da un altra o da una scuola di periferia rispetto ad una scuola “bene” possano fare una grande differenza nei livelli di preparazione e nelle possibilità di accesso al mondo universitario, o quanto vi influisca la presenza di laureati tra i genitori e la quantità di libri presenti in casa. Questi fattori, insieme all’insufficienza delle politiche per il diritto allo studio (borse, trasporti, studentati), al continuo aumento delle tasse universitarie e all’impossibilità per gli studenti lavoratori di frequentare (come indotto e richiesto progressivamente dal nuovo ordinamento), confermano la presenza di un meccanismo di selezione di classe nel nostro sistema formativo.



L’introduzione di uno sbarramento all’ingresso per TUTTE le facoltà è stato introdotto dal ministro Moratti nel 2004, e ratificato dal sinistro ministro Mussi. Lo chiamano test di autovalutazione (ma solo perchè paga lo studente!!!), ma la logica è la stessa del numero programmato: chi non supera il test possiede un debito formativo che gli preclude la possibilità di dare esami (come se non bastasse la valutazione del professore); la frequenza di corsi di recupero “libera” lo studente da questo debito,  dandogli finalmente la possibilità di sostenere le prove d’esame. È evidente come in questo modo si precluda ad un certo numero di studenti (in particolare gli studenti lavoratori) la possibilità di proseguire la carriera universitaria basandosi sui risultati di un test nozionistico, quando sarebbe sufficiente consentire il libero svolgimento dei corsi di recupero, la possibilità di frequentare le lezioni e di dare esami per aggirare eventuali lacune, senza per questo punire chi non passa la selezione. In questo modo si assottigliano le aspettative da parte di chi si appresta a frequentare l’università ed appartiene ad una classe sociale sfavorita, accentuando, invece che limitando, la selezione di classe.



Cosa vogliono, allora, industriali, governo e baroni, imponendoci per legge il numero chiuso?



La selezione di classe è un meccanismo progressivo, che incide a partire dalla scelta della scuola media superiore, proseguendo via via lungo il percorso universitario. Se pensiamo che da quest’anno esistono degli sbarramenti (basati sul voto di uscita) tra triennale e magistrale, e che questi sbarramenti si riproducono dopo la magistrale nell’accesso ai vari master (molto costosi e quindi inaccessibili a “chi non ha”), il quadro diviene più  chiaro. L’intenzione è quella di produrre una differenziazione dei percorsi di studio, che rigeneri, prima durante e dopo il percorso universitario, una stratificazione sociale funzionale alle esigenze delle imprese (rappresentate in Italia da Confindustria). Non è un caso che la riforma Brunetta (legge 133), differenzi, tagliando le risorse, tra atenei competitivi (nei quali si forma la classe dirigente, con un livello di tasse molto alto ed un finanziamento cospicuo da parte dello Stato e delle imprese), e atenei di serie B, nei quali si producono futuri lavoratori disciplinati e dequalificati.

L’unica risposta alla selezione, alle politiche che ci vogliono sempre più ingabbiati e legati al nostro destino di lavoratori competitivi e supini ai bisogni del padrone di turno è la lotta per una Università che sia pubblica (e quindi adeguatamente finanziata), che non preveda costi per gli studenti, che sia di qualità, che consenta l’accesso a tutti (indipendentemente dalla classe sociale di provenienza) che non sia elitaria, bensì di massa.

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